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Primi 1000 giorni di vita: determinano il resto della vita?

La dott.ssa D.D. Yates, riconosciuta esperta mondiale nello sviluppo della prima infanzia, ci ricorda come i primi 1000 giorni di vita siano fondamentali nel condizionare il resto dell’esistenza. La Yates ritiene che i primi 1000 giorni di vita

22.11.2017

Primi 1000 giorni di vita: determinano il resto della vita? - Immagine: 1

La dott.ssa D.D. Yates, riconosciuta esperta mondiale nello sviluppo della prima infanzia, ci ricorda come i primi 1000 giorni di vita siano fondamentali nel condizionare il resto dell’esistenza. La Yates ritiene che i primi 1000 giorni di vita, a partire dal concepimento fino al termine del secondo anno di età, siano fondamentali per la salute, il benessere e la prosperità nella vita adulta. Questa ipotesi è strettamente connessa a considerazioni di tipo neurobiologico, dal momento che i primi 1000 giorni di vita definiscono l’architettura cerebrale, così com’è dimostrato dalle recenti acquisizioni neuroscientifiche.


Di fatto visione, udito, controllo emotivo, linguaggio, capacità numeriche, competenze sociali sono aspetti che raggiungono il picco di risposta e quindi si sviluppano ben prima dei quattro anni, in molti casi nel primo anno di vita. Per esempio, il linguaggio mostra un picco di sviluppo nei primi due anni – da qua l’importanza di una alfabetizzazione precoce – ma anche funzioni come le competenze sociali e l’intelligenza emotiva sono definite ben prima dell’ingresso alla scuola dell’infanzia.


I picchi di risposta delle funzioni cerebrali sono correlati al fatto che le connessioni tra neuroni (i collegamenti tra le cellule del cervello) si definiscono proprio nei primi due anni. Tali connessioni sono funzione delle stimolazioni e delle cure che provengono dall’ambiente: se il cervello non viene nutrito e stimolato fisicamente e psicosocialmente si genera uno stato di deprivazione. Non solo uno stato di denutrizione alimentare, ma anche l’assenza di stimolazione e l’esposizione alla violenza tendono a generare minori risultati scolastici, una più bassa retribuzione nella vita adulta e peggiori condizioni di salute.


La buona notizia è che interventi precoci possono fare la differenza.


La Yates, nel suo interessante TED talk, riporta i risultati di un programma a favore di bambini giamaicani deprivati a livello nutrizionale e ambientale che hanno beneficiato di interventi a sostegno della nutrizione e della stimolazione psicosociale. Ciò che è rilevante è notare che la stimolazione psicosociale ha effetti addirittura superiori a quelli dei supplementi nutrizionali. Di fatto il livello di interazione con l’adulto che si prende cura del piccolo è un elemento critico e letteralmente in grado di modificare il cervello attraverso lo sviluppo delle connessioni neurali.

 

Alcuni fattori di protezione, pratiche di cura considerate “tradizionali”, sono: l’allattamento al seno e a richiesta, la responsività al pianto del bambino, il tenere “in braccio”, il contatto fisico, il massaggio, il racconto di storie, il canto. Si tratta di attività fortemente stimolanti per lo sviluppo delle sinapsi. La Yates enfatizza in particolare l’importanza del contatto, del tocco, del massaggio, della coccola nella gestione quotidiana con il bambino.

Ciò riporta immediatamente al classico esperimento di Harlow degli anni ’50 (che tanta parte ha avuto nella formulazione della teoria dell’attaccamento di Bowlby). Harlow studiò il comportamento di alcune piccole scimmiette di macaco orfane della loro madre naturale, in sostituzione della quale alle scimmiette vennero offerte due madri artificiali: una mamma di stoffa morbida da poter abbracciare e una mamma “metallica” di fil di ferro che forniva nutrimento tramite un biberon. I piccoli di macaco trascorrevano la maggior parte del loro tempo abbracciati alla mamma morbida e si avvicinavano alla mamma metallica solo per il tempo necessario a bere il latte. Inoltre, rispetto a un altro gruppo di scimmiette a cui era stata offerta solo la madre metallica, il loro sviluppo fisico risultò migliore e il comportamento esplorativo più sicuro.


Che il contatto fisico rappresenti un bisogno fondamentale per lo sviluppo del bambino non è quindi una acquisizione recente, ma è importante sottolinearlo a gran voce forse ancor più che in passato, considerando la quantità crescente di bambini che vengono deprivati dal contatto e affidati a madri non più metalliche ma “tecnologiche”: i pad, tablet, televisione non stop e co. L’educatrice di asilo nido, tipicamente a contatto con bambini di età inferiore ai due anni, si inserisce a pieno titolo in questo processo di potenziamento neuronale, potendo supplire a carenze presenti nell’ambiente di accudimento genitoriale.


Federica Berti

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