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Gioco e creatività: cosa mettere tra le mani dei bambini

Gioco e creatività sono strettamente correlati: “E’ nel giocare e soltanto mentre gioca che il bambino e anche l’adulto, è in grado di essere creativo e di fare uso dell’intera personalità, ed è soltanto nell’essere creativo che l’individuo scopre il Sé” (Winnicott, 1971).

20.11.2017

Gioco e creatività: cosa mettere tra le mani dei bambini - Immagine: 1

Gioco e creatività sono strettamente correlati: “E’ nel giocare e soltanto mentre gioca che il bambino e anche l’adulto, è in grado di essere creativo e di fare uso dell’intera personalità, ed è soltanto nell’essere creativo che l’individuo scopre il Sé” (Winnicott, 1971).


Purtroppo, oggi, si manifesta la tendenza a valorizzare certe dimensioni dell’attività ludica. Così il gioco è relegato entro i confini della ri-creazione e tra le sue funzioni sembra prevalere quella adattiva: il gioco ha valore solo nella misura in cui prepara il bambino alla vita futura, lo “adatta”, lo “piega”, lo “abitua” alla realtà, dimenticando in questo modo la sua portata trasgressiva, divergente (nel senso letterale del termine, che diverge, che può prendere altre strade). E questa realtà è pregna di valori competitivi, individualistici, produttivistici. C’è, quindi, il rischio di dimenticare che il gioco è in altrettanta misura, cooperazione, socialità, definalizzazione, attenzione al processo più che al prodotto, “spensieratezza”…


Ri-creare, infatti, significa creare di nuovo (e non ex-novo!) qualcosa di già fatto, significa ri-produrre immagini, modelli, modellini riportati sulle scatole confezionate in vendita in cartoleria o meglio (ormai!) nei grandi centri commerciali. Così, il rischio che si corre è assolutizzare una dimensione del gioco, quella più stereotipata, formalizzata, strutturata, dove il bambino diventa appunto “ri-produttore” di un qualche cosa che nella realtà già esiste. Copiare un modello va bene, ma non basta.

Così si finisce per relegare il gioco del bambino a uno specifico arco temporale, costruire confini (anche solo mentali, ma ho detto poco?) netti (forse troppo?) tra il tempo del gioco e dell’apprendimento, relegando il primo a cosa di poco conto e subordinato al secondo. Oppure, permettiamo ai nostri figli di giocare, a patto che il gioco sia “intelligente”. Ma anche quando è tempo di gioco si tende a cercarlo, acquistarlo, “intelligente”, che faccia apprendere, che “serva” in qualche modo al bambino. E’ un po’, come si suole dire, unire l’utile al dilettevole, quasi come se il dilettevole non fosse mai utile di per sé e quasi come se dovessimo sempre impegnarci in “cose utili”.


Giocando si impara, è vero, ed è proprio su questo assunto che i servizi per l’infanzia hanno costruito la loro filosofia. Ma cosa vogliamo e desideriamo che apprendano i nostri bambini? Che cosa per gli adulti, portatori di un’idea e di una certa cultura dell’infanzia, è un giocattolo intelligente? Qualcosa che sviluppa esclusivamente la sfera della logica? E allora se l’adulto, tutore e garante di ciò che offre al bambino, è di questo parere, lo vedremo impegnato a proporgli puzzle, memory… E non importa se il bambino è molto piccolo, perché il commercio offre una quantità innumerevole di questi giochi sin dalla più tenera età: un mercato attrezzato ad indirizzare l’acquirente per il verso che ritiene giusto e adeguato all’età, differenziando il grado di difficoltà (opportunamente segnalato sulle confezioni basso, medio, alto) costringendo peraltro i genitori a fare i conti con le capacità dei propri figli, a procurarsi ansia se le prestazioni manifestate non rientrano nell’età riportata sulla confezione o a considerarli geni se sanno riconoscere a due anni tutti i colori e sanno contare.


Ma è forse meno ‘intelligente’ misurare le proprie forze in rapporto a uno scalino per fare un salto? Lo è forse meno modificare, “solo per finta”, il proprio aspetto, impersonando altri ruoli o facendoli impersonare ad oggetti inanimati? Lo è forse meno fare un nodo ad una corda e poi legarla ad un ramo per costruire un fortino e fare battaglia? Lo è forse meno ricercare legnetti, sassi, foglie secche per giocare al mercato? Lo è forse meno, imporsi volontariamente delle regole e rispettarle con serietà e concentrazione come il gioco impone? Gli esempi citati rimandano all’intreccio indissolubile tra mente e corpo, alla capacità di identificazione, de-centramento emotivo e cognitivo da parte del bambino, all’abilità nel trovare strategie, e soluzioni il tutto fatto e vissuto volontariamente.


E’ questo avverbio “volontariamente” che marca la peculiarità del gioco rispetto ad altre attività dell’essere umano: il gioco ha sì le sue regole, ma ciò che è importante sottolineare è che il soggetto vi partecipa liberamente, senza alcuna costrizione, altrimenti gioco non ci sarebbe. Serve quindi “un ambiente che dimostri di apprezzare le capacità simboliche e creative infantili, che accetti la divergenza delle risposte anche quando escono dai binari accettati e stabiliti, che dimostri di apprezzare il gioco non solo come ‘ricreazione’ ma come momento significativo della vita infantile; (….) un ambiente non troppo competitivo e non troppo orientato al compito” (Bondioli, 2002). Si tratta dunque di offrire ai bambini possibili percorsi, di aprire piste di ricerca, di scoperta ma anche di fantasia, creatività, piste e percorsi assolutamente flessibili.

 

Simona Vigoni


Consigli di lettura

  • Bondioli A., Gioco e educazione, F. Angeli, 2002
  • Braga P. (a cura di), Gioco, cultura e formazione. Temi e problemi di pedagogia dell’infanzia, Ed Junior, 2005
  • De Bartolomeis F. Il bambino dai tre ai sei anni e la nuova scuola infantile, La Nuova Italia, 1968
  • Korczak J.(1929), Il diritto del bambino al rispetto, Luni ed., 2004
  • Manzoni S. (2016), Benessere e creatività al nido. Laboratori di gioco e creatività, Sephirah ed.
  • Millar S. (1968), Psicologia del gioco infantile, trad. it. Boringhieri, 1974
  • Winnicott D. W.(1971), Gioco e realtà, trad. it. Armando, 1974
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