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Bambini e cibo: come viviamo il loro pasto?

Offrire cibo non è un’impresa da poco. Per esempio, siamo realmente sintonizzati sui tempi del bambino?

20.08.2017

Bambini e cibo: come viviamo il loro pasto? - Immagine: 1

Offrire cibo non è un’impresa da poco. Per esempio, siamo realmente sintonizzati sui tempi del bambino?


L’adulto che imbocca, come scrive la Goldschmied “…dovrà rispondere delicatamente ai ritmi del bambino, offrendogli il cucchiaio solo quando egli darà un segnale aprendo le labbra, il che significa che è pronto per un altro boccone. Il rischio è quello della tentazione, quando il bambino ha la bocca piena, di avvicinare subito alla bocca un altro cucchiaio. Può essere negativo perché il bambino si sentirà spinto a mandare giù il boccone. I bambini più grandi vengono spesso ripresi perché mangiano troppo in fretta, le origini di questo comportamento possono anche risalire proprio all’impazienza dell’adulto quando erano molto piccoli”.


Se, per esempio, dovessimo imboccare un adulto non ci permetteremmo di levare col cucchiaio il cibo che rimane sulle labbra o cola fino al mento, ma useremmo un tovagliolo, come del resto siamo soliti fare noi stessi.  Probabilmente non continueremmo a ripetere, boccone dopo boccone, “ma come sei bravo! Dai che finisci tutto!”.


A questo proposito si sottovaluta la pressione esterna a cui è sottoposto il bambino quando il commento di un adulto si trasforma in giudizio, seppur positivo. Meglio non abusare di tali aggettivi… se è bravo il bambino che mangia tutto, secondo la logica, dovrebbe essere anche vero l’opposto: ma è “cattivo” chi non finisce? Questo messaggio potrebbe implicitamente passare al bambino inappetente, ma nel contempo anche al ‘mangione’ che potrebbe in tal modo sentirsi spinto a mangiare anche il giorno in cui non ha voglia, semplicemente per soddisfare le aspettative della persona a cui è legato da un vincolo affettivo. Peggio ancora se, rivolgendosi a chi avanza il cibo nel piatto, lo si sollecita a fare come il compagno/fratello che ha finito (‘Guarda che bravo, lui ha finito tutto!’): queste esortazioni non rappresentano una spinta alla salutare imitazione, ma sono paragoni odiosi che darebbero fastidio anche a noi!


Il bambino inappetente deve essere forzato a mangiare?


I bambini devono almeno assaggiare la pietanza o possono tranquillamente rifiutarla senza la disapprovazione dell’adulto?


Devono finire comunque ciò che è stato versato nel piatto?


Sono liberi di mangiare con le mani?


Sono liberi di pasticciare, schiacciare qualche pisello, una crocchetta di patate sul tavolo per poi leccarsi con soddisfazione le dita?


Possono avere l’acqua subito o devono bere solo tra una pietanza e l’altra?


Non sono quesiti banali, perché aprono un mondo legato al nostro vissuto, alle nostre idee, alla nostra formazione culturale, al valore che noi diamo a questo speciale momento, al significato etico che per noi adulti (ma ricordiamo che non è così per il bambino) riveste il cibo.


Ricordiamoci allora quale valore ha per noi invitare ospiti a cena, quanta cura investiamo nell’apparecchiare la tavola, nel presentare esteticamente il cibo che offriamo, nel mettere a disposizione una bevanda piuttosto che un’altra. Ricordiamoci anche del piacere dell’intimità di una cena in un ristorante accogliente e di quanto sia invece disturbante pranzare in mensa con molto baccano, magari serviti senza uno sguardo, senza un sorriso.

E allora chiediamoci: come davvero vorremmo fossero i pasti per i nostri bambini? Pressanti, caotici, seri, pieni di giudizi o…. ?


Simona Vigoni

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